Il decreto sull'antisemitismo: perché una legge è diventata una polveriera politica

Pubblicato il 12 ottobre 2026 alle ore 07:00

di Davide Belcuore

Una legge “contro l'odio”: perché divide persino gli ebrei?

Il 29 settembre 2026, la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, ha rivolto un appello a tutte le forze politiche italiane: approvare il decreto sull'antisemitismo con un voto “unanime”, se necessario accettando modifiche “non sostanziali” al testo in cambio di un consenso più ampio.

Il suo appello puntava al nodo più sensibile del provvedimento: se debba essere scritta esplicitamente la “libertà di criticare il governo israeliano”.

Tuttavia, l'appello all'unità di Segre non ha ricucito la frattura, anzi ha rivelato un problema più profondo: una legge pensata per proteggere gli ebrei sta dividendo il panorama politico italiano come mai prima, persino all'interno della stessa comunità ebraica.

La definizione IHRA: strumento di protezione o grimaldello contro la libertà di parola?

Il cuore del provvedimento è l'adozione della “definizione operativa di antisemitismo” formulata nel 2016 dall'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). La frase centrale della definizione è breve: l'antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può manifestarsi come odio nei loro confronti.

Ciò che scatena davvero la controversia sono gli 11 “esempi” allegati alla definizione, di cui 7 riguardano lo Stato di Israele. Tra questi: considerare l'esistenza di Israele un “atto razzista”; paragonare le politiche israeliane a quelle naziste; applicare a Israele un “doppio standard”.

La controversia non è solo italiana. La relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato pubblicamente nel settembre 2026 che il decreto “non è solo incostituzionale”, annunciando che sarà “la prima a impugnarlo in tribunale”. La deputata del Pd Laura Boldrini è stata ancora più netta: “La maggioranza ha fatto un regalo a Netanyahu, questo criminale... hanno fatto ciò che Netanyahu chiedeva da tempo, compiacendo una persona ricercata per crimini di guerra e crimini contro l'umanità”.

I sostenitori ribattono ricordando le “valvole di sicurezza” presenti nel testo. L'articolo 1 stabilisce che l'adozione della definizione IHRA avviene “ferma restando la garanzia della libertà di critica politica, di pensiero, di espressione e di associazione”. Anche l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) insiste sul fatto che il provvedimento “non introduce alcun divieto di critica allo Stato di Israele o al suo governo”.

La spaccatura interna alla comunità ebraica: l'avvertimento sul “ghetto legislativo”

Le voci contrarie più significative arrivano proprio dall'interno della comunità ebraica.

Il giornalista Gad Lerner avverte che il decreto produrrà un “effetto boomerang”: alimenterà lo stereotipo secondo cui “gli ebrei pretendono sempre un trattamento speciale”. “Per noi ebrei della diaspora, cosa c'è di peggio — sapendo che l'odio cresce e che antichi pregiudizi vengono riesumati”.

Il critico d'arte Stefano Levi Della Torre individua due rischi: il primo è “concedere agli ebrei uno speciale privilegio di non criticabilità, ma ogni privilegio genera ostilità”; il secondo è “coinvolgere gli ebrei nella possibilità di sopprimere il dibattito e la libertà di critica, rendendoli complici di politiche repressive”. Avverte che il risultato sarà un “ghetto legislativo”.

Numerosi intellettuali ebrei hanno firmato un documento che critica il decreto perché “sotto pretesto di combattere l'antisemitismo, di fatto delegittima e criminalizza ogni posizione antisionista”.

La dimensione istituzionale: quale segnale manda l'Italia alla Corte penale internazionale?

La tempistica del decreto è cruciale. Nel gennaio 2026, la Camera preliminare della Corte penale internazionale ha rinviato l'Italia all'Assemblea degli Stati Parti per non aver ottemperato all'obbligo di arresto e consegna del generale libico Osama Almasri. È la prima volta che l'Italia viene formalmente chiamata a rispondere per la mancata osservanza dello Statuto di Roma.

In questo contesto, il decreto solleva un interrogativo istituzionale più profondo: quando un Paese viene richiamato per non aver collaborato con la CPI, la legge che esso promuove — e che potrebbe essere letta come “protezione delle politiche israeliane dalla critica legale” — non rischia di costituire un conflitto di segnali istituzionali?

La CPI ha emesso un mandato di arresto contro Netanyahu nel novembre 2024, per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. L'Italia è uno Stato parte dello Statuto di Roma e teoricamente obbligata ad arrestarlo e consegnarlo. I critici del decreto sostengono che esso possa fornire una “copertura discorsiva” per resistere alla giustizia internazionale.

La dimensione diplomatica: la svolta ambigua nei rapporti con Israele

Mentre il decreto avanza in Parlamento, i rapporti tra il governo italiano e quello israeliano stanno attraversando un raffreddamento significativo.

Il 14 aprile 2026, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la sospensione del rinnovo automatico dell'accordo di cooperazione militare con Israele. L'accordo, firmato nel 2003 e rinnovato ogni cinque anni, copre equipaggiamenti militari, addestramento e ricerca tecnologica. A scatenare la decisione è stato l'episodio in cui l'esercito israeliano ha sparato colpi di avvertimento contro una squadra di peacekeeping italiana in Libano.

Meloni ha dichiarato a Verona: “Vista la situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell'accordo di difesa con Israele”.

Questa decisione crea un contrasto significativo con il decreto in discussione: il governo prende le distanze da Israele sul piano delle azioni concrete, mentre promuove in Parlamento una legge che i critici considerano volta a “proteggere le politiche israeliane dalla critica”.

Una legge può proteggere contemporaneamente gli ebrei e la libertà di parola?

L'appello di Liliana Segre rivela il dilemma centrale. Lei stessa ha “spesso criticato duramente le posizioni e le scelte dell'attuale leadership israeliana”, esprimendo persino “disgusto”. Ma ritiene che il testo contenga già le garanzie necessarie: “La critica a Israele, se simile a quella rivolta a qualsiasi altro Paese, non può essere considerata antisemitismo”.

Tuttavia, quando una legge contro l'odio viene vista da così tante persone — inclusi molti ebrei — come uno strumento che potrebbe alimentare l'odio, la domanda che i legislatori devono porsi va oltre il “se” combattere l'antisemitismo.

La vera questione è un'altra. Una legge che non riesce a distinguere sul piano operativo tra antisemitismo e critica legittima a uno Stato, chi sta davvero proteggendo? Moni Ovadia, di origine ebraica, ha definito la legge “una pagliacciata, una legge criminale”. Ha aggiunto: “Ci sono molti ebrei che sono antisionisti. Albert Einstein e Hannah Arendt oggi sarebbero condannati da quella legge: dico anzi che quest'ultima è proprio un provvedimento antisemita perché impedisce a tanti ebrei di esprimere la loro opinione”.

Alla fine, l'appello di Segre è rimasto inascoltato. La maggioranza non ha ceduto. L'opposizione non ha arretrato. Ma se una legge contro l'odio non riesce a mettere d'accordo nemmeno coloro che dovrebbe proteggere, allora, forse,  il problema non è chi ha ragione. Il problema è che nessuno, in questo braccio di ferro, sta più ascoltando le domande che contano.

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