di Tania Amarugi
La poesia e la pietra si scontrano con le maglie spesso incomprensibili della burocrazia e degli usi civici medievali.
La vicenda ha due protagonisti: un giovane attore, Gabriele Gallinari, che nel 2021 ha coronato il sogno di acquistare la celebre Torre di Chia — l'ultima e amatissima dimora di Pier Paolo Pasolini — dagli eredi del poeta, investendo circa un milione di euro tra acquisto e un meticoloso restauro conservativo condotto sotto la supervisione della Soprintendenza e l'Università Agraria di Chia, che gestisce i diritti collettivi del territorio circostante e rivendica la proprietà dell'area invocando diritti collettivi risalenti a secoli fa.
Il risultato di questa contesa è un provvedimento che ha l'amaro sapore del paradosso kafkiano: la Regione Lazio ha reso esecutivo l'ordine di rilascio, intimando a Gallinari di lasciare l'immobile libero da persone e cose entro trenta giorni dalla notifica. Un vero e proprio atto di sgombero che rischia di estromettere il legittimo acquirente, reo unicamente d'aver salvato dal degrado un monumento storico aperto alla fruizione pubblica, senza che al momento sia previsto alcun indennizzo per le ingenti somme investite.
Gli sviluppi giudiziari sono sorprendenti: il Commissario per la liquidazione degli usi civici ha ribaltato le perizie di parte che attestavano la natura privata del compendio, accogliendo le tesi dell'ente agrario e dichiarando i beni parte del patrimonio collettivo. Dopodiché la Corte d'Appello di Roma, sezione usi civici, ha respinto la richiesta di sospensiva presentata dai legali dell'attore, dando il via libera all'esecuzione amministrativa dell'atto regionale.
Gallinari, che ha vissuto la torre come un progetto di vita e un presidio culturale, non nasconde lo sgomento e la frustrazione per un'azione che considera un esproprio immotivato. Nel frattempo, la battaglia legale non si ferma: il giudizio di merito sul contenzioso proseguirà nelle aule di giustizia e la parola definitiva sulla proprietà del bene non arriverà prima del 2028. La domanda scomoda che poniamo è: perché chi compra, restaura e valorizza un bene culturale ereditato da una delle figure più grandi del Novecento italiano si ritrova, da un giorno all'altro, trattato come un occupante abusivo di casa propria.
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