di Massimo Gervasi
C’è una contraddizione che la politica farebbe bene a guardare in faccia: chiedere ai territori di raccogliere voti, costruire consenso e metterci la faccia, per poi tenerli fuori dalle stanze dove si decide.
La lettera con cui Sergio Falciani annuncia l’uscita da Noi Moderati porta questa contraddizione al centro del dibattito. Il commissario provinciale di Siena lascia incarico e partito, ma rivendica senza esitazioni la propria appartenenza al centrodestra. Una rottura che investe la linea di Maurizio Lupi e, soprattutto, il rapporto tra la dirigenza nazionale e chi lavora sul campo.
Il caso Vannacci è il detonatore. Il 24 settembre Lupi ha dichiarato che, qualora il generale entrasse nella coalizione, Noi Moderati non ne farebbe parte. Una posizione politica netta, sulla quale Falciani esprime un dissenso altrettanto netto: lasciare il centrodestra per impedirne l’allargamento è, ai suoi occhi, una scelta incompatibile con il percorso intrapreso.
Ma ridurre tutto a una disputa su Vannacci sarebbe comodo. Permetterebbe di discutere del generale evitando la domanda più fastidiosa: come viene governato un partito che pretende di rappresentare cittadini e comunità?
Nella sua lettera Falciani denuncia un progressivo isolamento della struttura senese, l’assenza di sostegno dopo le regionali e decisioni calate dall’alto. Racconta un’organizzazione chiamata a produrre risultati e successivamente esclusa dal confronto. È questa l’accusa politicamente più pesante: il territorio sarebbe stato considerato utile durante la campagna elettorale e sacrificabile subito dopo.
Secondo il commissario uscente, Siena avrebbe ottenuto il miglior risultato regionale del partito, pur disponendo di poco tempo e risorse limitate. In alcuni comuni, sostiene, Noi Moderati sarebbe persino risultato il primo o il secondo partito del centrodestra. Risultati che avrebbero meritato attenzione, confronto e investimenti. Falciani descrive invece un seguito fatto di abbandono e chiusura.
Se questo quadro trova riscontro, il problema riguarda direttamente la credibilità della classe dirigente. Perché un partito che non valorizza chi gli porta consenso finisce per consumare proprio il patrimonio che dovrebbe far crescere: persone, relazioni, fiducia.
La contestazione investe anche la gestione toscana.
Falciani parla di una guida regionale imposta da Roma, che giudica priva di adeguato consenso elettorale e del sostegno di una parte significativa della classe dirigente. Aggiunge che soltanto quattro province — Arezzo, Pisa, Livorno e Lucca — sarebbero attualmente coperte formalmente da commissari provinciali. Segnala inoltre l’assenza di un referente a Grosseto dopo le dimissioni del precedente responsabile. Sono affermazioni precise: richiedono una risposta altrettanto precisa dai vertici chiamati in causa.
Lupi ha pieno diritto di rivendicare un’identità politica e di ritenere incompatibile un’alleanza con Vannacci. Nessuna coalizione può essere soltanto una somma aritmetica di voti ma l’identità di un partito si misura anche nel modo in cui ascolta i propri dirigenti, gestisce il dissenso e riconosce il lavoro degli iscritti. La moderazione esibita nel nome dovrebbe tradursi in confronto, partecipazione e rispetto.
Falciani contesta inoltre la sproporzione tra il peso elettorale che attribuisce a Noi Moderati e quello della forza di Vannacci. Le percentuali richiamate nella lettera restano valutazioni dell’autore, ma il nodo politico è evidente: quanto può essere lungimirante una strategia che alza veti verso l’esterno mentre perde persone al proprio interno?
È su questo terreno che la vicenda senese assume un significato più ampio. Le dimissioni rendono visibile una frattura che i comunicati rassicuranti non possono ricomporre da soli. Chi si sente ignorato può scegliere di restare in silenzio, adeguarsi oppure andarsene. Falciani ha scelto di andarsene spiegando pubblicamente perché.
Il terremoto, dunque, arriva da Siena ma interroga Roma. Ai vertici di Noi Moderati spetta chiarire come intendano ricostruire quel rapporto con i territori che Falciani considera compromesso. Perché si può presidiare un tavolo nazionale, rivendicare un ruolo nella coalizione e distribuire incarichi. Ma quando chi raccoglie i voti smette di crederci, il rischio è ritrovarsi con le nomine in ordine e il partito vuoto.
Ultimi Articoli pubblicati
Restauri da favola, acqua da incubo: il paradosso delle Terme di Roselle
di redazione
Riduzione in schiavitù, violenze e truffe: i Carabinieri smantellano la comunità di Almese
di Rita Bruno
Alessandro Di Battista, tra militanza, crisi e ritorno pubblico
di Rita Bruno
Il lato occulto delle adozioni del cuore: quando il volontariato diventa business
di Rita Bruno
Bidoni e carrellati dimenticati in strada: il modello Treviso funziona, la Toscana resta al verbale per ora
di Rita Bruno
Stragi del '92 e dossier "Mafia-Appalti": il Gip archivia il filone d'indagine
di Tania Amarugi
Aggiungi commento
Commenti