di Massimo Gervasi
Palazzo Chigi applaude, Tajani rivendica lo stop alla tassa sugli extraprofitti. E mentre agli automobilisti arrivano circa 17 centesimi di sollievo, resta una domanda enorme: quanto vale davvero questa operazione per ENI e quanto potrebbe valere, invece, evitare un nuovo prelievo sugli utili energetici?
Non chiamatelo regalo. O almeno, prima di farlo, prendiamo una calcolatrice. Dal 28 settembre ENI, attraverso Enilive, ha fissato per 30 giorni un tetto massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 euro per il gasolio, circa 17 centesimi in meno rispetto ai livelli medi presi come riferimento dalla società. La misura potrà essere prolungata fino alla fine dell’anno. ENI la definisce un “contributo di solidarietà”.
Palazzo Chigi ha immediatamente ringraziato il gruppo, parlando di un “lodevole atto di attenzione all’Italia”.
Benissimo. Gli automobilisti risparmiano e nessuno sano di mente si lamenta perché alla pompa paga meno.
Ma il giornalismo dovrebbe avere il brutto vizio di guardare anche dietro il cartello del prezzo.
Perché contemporaneamente alla discesa dei prezzi alla pompa si sta giocando una partita molto più grande: quella sulla possibile tassazione degli extraprofitti delle società energetiche.
E qui non servono dietrologie. Antonio Tajani lo ha detto apertamente: il 28 settembre ha rivendicato che Forza Italia è riuscita a impedire la tassazione degli extraprofitti, spiegando che la scelta di ENI rappresenta proprio il modello di collaborazione tra Stato e imprese preferito dal suo partito. Il giorno precedente aveva sostenuto che coinvolgere le aziende avrebbe prodotto risultati migliori rispetto a una tassa.
Quindi una domanda è più che legittima: siamo davanti soltanto a un gesto di solidarietà oppure anche a un investimento economico e politico capace di allontanare una tassazione ben più pesante?
I numeri aiutano.
La rete Enilive conta circa 4.000 stazioni di servizio in Italia. Secondo le valutazioni di Banca Akros riportate dalla stampa finanziaria, il price cap comporterebbe per ENI un’esposizione nell’ordine dei 100 milioni di euro al mese, che potrebbe arrivare a circa 300 milioni se l’iniziativa fosse mantenuta fino alla fine dell’anno. Attenzione: esposizione non significa automaticamente perdita netta, perché possono intervenire maggiori volumi di vendita e altre dinamiche commerciali.
Ora mettiamo accanto un altro numero. Nel 2022 ENI contabilizzò 1,7 miliardi di euro di imposte straordinarie sui profitti delle imprese energetiche a titolo di contributi solidaristici, dei quali un miliardo risultava pagato nello stesso anno. Nello stesso esercizio il gruppo registrò un utile netto di 13,8 miliardi.
Naturalmente questo non significa che ENI oggi stia evitando una tassa da 1,7 miliardi. Quella cifra appartiene al 2022 e una eventuale nuova imposta avrebbe regole, basi imponibili e importi tutti da determinare.
Ma il precedente mostra quanto possa essere diversa la scala economica tra un intervento volontario e un prelievo straordinario.
E infatti il mercato se n’è accorto.
Reuters ha riferito che gli investitori hanno interpretato il price cap anche come un elemento capace di ridurre il rischio di una windfall tax, mentre altri grandi operatori, tra cui IP/Socar e Q8, hanno seguito la strada dei prezzi calmierati. La stessa Reuters riporta che analisti vedono queste iniziative anche come un modo per contribuire all’emergenza evitando un'imposta sugli extraprofitti.
E allora forse la narrazione della grande beneficenza merita qualche domanda in più.
Perché nel frattempo lo Stato sta progressivamente riducendo il proprio intervento fiscale sul gasolio: il beneficio tra accise e IVA è passato a 12,2 centesimi al litro dal 18 al 25 settembre e a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre.
Da una parte diminuisce progressivamente lo sconto pubblico. Dall’altra arrivano i tetti volontari delle compagnie. E sullo sfondo rimane lo scontro politico sulla tassazione degli extraprofitti.
Non serve inventarsi complotti. Bastano i fatti. ENI ha tutto il diritto di tutelare i propri azionisti, i propri investimenti e i propri conti. Il Governo ha tutto il diritto di ritenere preferibile la collaborazione con le imprese rispetto a una nuova imposizione fiscale. E Tajani ha tutto il diritto di rivendicare politicamente questa linea.
Ma allora diciamolo chiaramente ai cittadini. Quei 17 centesimi rappresentano un beneficio reale per chi fa rifornimento. Ma definirli semplicemente un regalo rischia di raccontare soltanto metà della storia.
L’altra metà riguarda miliardi di utili, strategie industriali, tasse sugli extraprofitti e rapporti tra Governo e grandi compagnie energetiche.
E quando qualcuno vi presenta 17 centesimi come beneficenza, fate una cosa terribilmente rivoluzionaria: prendete la calcolatrice.
Perché talvolta il vero affare non è quello che vediamo sul display della pompa. È quello che potrebbe non comparire mai nel conto finale.
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