di Massimo Gervasi
Un miliardo di euro per arretrati e adeguamenti stipendiali ai magistrati. Mentre milioni di lavoratori aspettano aumenti dignitosi, lo Stato trova le risorse per chi ha ottenuto ragione davanti alla giustizia amministrativa. Ma la vera domanda è: siamo ancora tutti uguali davanti ai diritti economici?
C'è un'Italia che fatica ad arrivare alla fine del mese, che conta gli euro per pagare bollette, mutui, affitti e spesa alimentare. E poi c'è un'altra Italia, quella delle retribuzioni garantite da meccanismi legislativi che sembrano funzionare con una precisione sconosciuta a milioni di lavoratori. Nella manovra economica per il 2027 sarebbe previsto circa un miliardo di euro per arretrati e adeguamenti stipendiali destinati a circa 11mila magistrati italiani. Tradotto, quasi 100mila euro a testa in media, con differenze legate all'anzianità e alla posizione ricoperta. Una cifra che per molti cittadini rappresenta cinque o sei anni di stipendio netto, quando va bene.
Ma perché questi soldi? La spiegazione è giuridicamente precisa. I magistrati appartengono al personale pubblico non contrattualizzato e godono di un sistema particolare di adeguamento delle retribuzioni, disciplinato dalla legge 27 del 1981 e dalla legge 448 del 1998. I loro stipendi vengono aggiornati periodicamente sulla base degli incrementi economici riconosciuti ad altre categorie del pubblico impiego. Il problema nasce dai criteri utilizzati per effettuare questi calcoli. Il Consiglio di Stato, con la sentenza numero 6004 del 9 luglio 2025, ha giudicato illegittimo il metodo adottato dall'amministrazione, contestando, tra le altre cose, l'utilizzo della media ponderata anziché di quella aritmetica e l'esclusione di alcune componenti retributive. Risultato: conteggi da rifare e possibili somme arretrate da riconoscere.
Attenzione, nessuno sostiene che un diritto riconosciuto dalla legge debba essere negato. I magistrati svolgono una funzione fondamentale per la democrazia e devono essere indipendenti anche economicamente. Ma qui si apre una questione politica e sociale enorme. Possibile che quando si tratta di riconoscere arretrati a determinate categorie lo Stato riesca a individuare risorse vicine al miliardo, mentre quando si parla di salari minimi, pensioni insufficienti, sanità pubblica o sostegno alle piccole imprese la risposta sia sempre la stessa: mancano le coperture?
Un lavoratore che percepisce 1.300 o 1.500 euro mensili deve affrontare aumenti del costo della vita che spesso superano gli adeguamenti contrattuali. Un piccolo imprenditore deve rispettare scadenze fiscali, contributive e amministrative, anche quando gli incassi non bastano. Un pensionato con 800 euro mensili deve scegliere quali spese rinviare. E intanto scopriamo che esistono meccanismi retributivi capaci di generare arretrati di decine di migliaia di euro per singolo beneficiario.
C'è poi un aspetto che merita attenzione. A riconoscere l'illegittimità dei conteggi è stato il Consiglio di Stato, organo composto da magistrati amministrativi. Questo non significa che vi sia stato un conflitto d'interessi accertato o che la sentenza sia ingiusta. Significa però che, davanti a una decisione con conseguenze economiche così rilevanti per la finanza pubblica, la trasparenza deve essere assoluta. I cittadini hanno diritto di conoscere i conteggi, la platea effettiva, le somme spettanti e soprattutto le conseguenze sugli anni successivi.
La questione non è alimentare una guerra tra lavoratori, né contrapporre magistrati e cittadini. È comprendere perché il sistema italiano sia capace di tutelare con strumenti così efficaci alcune retribuzioni, mentre altre rimangono affidate a trattative interminabili, rinnovi tardivi e aumenti spesso insufficienti.
Un miliardo di euro non è una cifra astratta. Sono risorse pubbliche, provenienti da un bilancio alimentato anche dalle imposte di chi ogni giorno lavora, produce e fatica. Se quelle somme sono dovute, lo Stato deve rispettare la legge. Ma allora dovrebbe dimostrare la stessa determinazione quando a reclamare dignità economica sono infermieri, insegnanti, operai, pensionati e piccoli contribuenti.
Perché la giustizia non dovrebbe limitarsi a riconoscere correttamente i diritti di chi la amministra. Dovrebbe anche ricordarci quanto sia urgente garantire dignità a chi, troppo spesso, non dispone neppure delle risorse per far valere i propri.
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